Tra chitarre di alluminio e danzatori colorati, così sta cambiando Lambrate

Avete mai notato, andando verso l’autostrada, passando per Via Rombon, una vecchia villa tra i palazzoni? Ecco, noi, con Super ci siamo andati e abbiamo scoperto una storia molto bella. Ad accoglierci Maria, un saluto alla nonna in partenza, e superiamo il cancello. Acqua, caffè, biscotti, per noi sotto il portico. Ci emozioniamo sempre quando ci trattano così durante i tour, sono accoglienze preziose. Entriamo e incontriamo Renato Ruatti e Silvia Cesaroni. Ci sediamo intorno ad un grande tavolo e inizia il racconto.

Renato è architetto, e quando si è laureato era alla ricerca di un posto per fare la tesi. Con il suo compagno di laurea, all’epoca, trovarono questa villa. Era di un’amica ora diventata moglie di Renato e mamma di Maria. Appena entrarono in quel posto lui e l’amico fecero testa o croce, vinse l’amico ma fu Renato a sposarla.

Nell’1988 hanno iniziato ad abitarci e lo studio c’era già da un po’, lo spazio lo hanno sistemato piano piano senza un gran budget. La villa era dei Busca Serbelloni inizialmente, ed era considerata la “villa di delizia” perchè loro stavano i Corso Venezia. Silvia è la socia di Renato il loro studio dapprima era di architettura, ma poi hanno aperto una società negli anni 90: la Noah guitars. Tutti i progetti nascevano dalle competenze di tutti, anche degli amici, con il tempo quella villa è diventata il contenitore di un gruppo eterogeneo di persone che facevano e proponevano, mettendoci il dopo lavoro. Grafica, traduzioni, progettazione informatica, tecnologie, la passione per la musica. Tutti ingredienti che oltre all’architettura hanno permesso di costruire un mondo di chitarre in alluminio.

Il loro socio, Giovanni Melis, amico in adolescenza della moglie di Renato, è un appassionato di musica e professore di inglese. Ha vissuto molto a Londra e si è visto una quantità di concerti e un giorno ha detto” Ragazzi, mi piacerebbe costruire una chitarra in ferro” e così questa idea è diventata un esercizio che li portava per la prima volta a ridurre la scala. Così hanno deciso di sperimentare, hanno preso un blocco di alluminio e lo hanno scavato. A metà degli anni 90 certo, quel tipo di tecnologia era nota, ma non come oggi con le stampanti 3D. All’epoca l’investimento sarebbe costato moltissimo per provare, ma Silvia, ci racconta Renato, è tornata dopo un’estate dicendo che si sarebbe sposata. E il suo attuale marito lavorava all’AerMacchi, ora Leonardo Finmeccanica, dove si fanno gli aerei, oggi dirige un reparto di macchine a controllo numerico. Così al design, alla passione musicale è arrivata la terza componente. Quella tecnica. Silvia ride e dice “ma mica l’ho scelto per quello mio marito, e ci mancherebbe”. Tra loro c’è un bellissimo clima, si respira. A noi di Super piace questa idea di gruppo multiforme che macina idee. Anche noi siamo un po’ così.

Alcuni musicisti italiani hanno iniziato a scoprire il loro prodotto, da Finardi a Saturnino a Pasquale De Fina (che fu proprio il primo). Pochi internazionali, tranne uno. Lou Reed. Tramite un artigiano di Napoli, amico di Saturnino, che fa le custodie dei clarinetti per Woody Allen, un malato di Lou tanto che lo inseguiva in tutti i concerti, fino a diventarci amico. Un giorno l’artigiano dice:” Voglio fare un regalo a Lou” e Saturnino gli propone:” Regalagli una Noah”. E così avviene, a Sant’Ambrogio la consegnano e a Natale, dopo le vacanze natalizie, finalmente intercettano non la prima, bensì la seconda mail di Lou Reed. Inizia uno scambio fitto, di mail secche come:” Lou dice che questo è uno strumento per scrivere”. L’emozione, la mascella abbassata e la soddisfazione è ancora viva nei loro occhi mentre lo raccontano. Lou poi è anche andato a trovarli. Solo Maria non lo ha visto, perchè dormiva. Da quella volta si punta le sveglie e cerca di non addormentarsi mai fuori orario. Prima di andare a vedere la fabbrica delle chitarre di alluminio in cantina, parliamo a lungo del quartiere e della trasformazione dell’Ex Faema, della loro collaborazione con Mariano Pichler e di quando sono partiti i Loft. Dell’idea di fare diventare le periferie dei piccoli centri per un popolo di architetti, grafici, artisti. Hanno collaborato anche con Vito Acconci, da cui Maria fu spedita ad imparare quando era piccola. Chiediamo loro come mai tutto sia cambiato. Sicuramente aver portato via la sede di Abitare e altre realtà non ha aiutato allo sviluppo del quartiere. Certo, ogni tanto fanno gli East Market, per cui arriva un indotto oltre al Salone. Ma di sicuro tutti immaginavano sarebbe andata diversamente.

Gli chiediamo se la villa viene aperta ad eventi. Silvia ci racconta di un corso di cucina zen gestito dai monaci del Monastero di Salsomaggiore. Ma in generale spesso c’è l’occasione ospitare esperienze anche diverse dall’architettura artigianato o design. Scendiamo nella cantina, uno spazio bellissimo e grezzo con alluminio e macchinari ovunque. Renato ci spiega tecnicamente come funziona la costruzione delle chitarre e dei bassi. Un’ultima domanda”Renato, ma se qui fai le chitarre, il vino dove lo tieni?”. Andiamo a pranzo, al sardo. Caldo e afa ci fanno quasi rimpiangere i tour invernali.

Andrea Gianni ci aspetta a Subalterno1, una stanza che lui e Stefano Maffei hanno aperto nel 2001, uno spazio dove si fanno delle mostre. Stefano insegna al Politecnico e l’idea fondante che hanno avuto è stata quella di provare a raccontare come il design stesse cambiando o comunque fosse già molto cambiato. Se un tempo i designer lavoravano abitualmente per l’industria, oggi le royalties sono sempre meno e la produzione si è abbassata perchè i marchi fanno comunicazione ma poi esternalizzano. Così loro hanno provato a diventare designer imprenditori, curando tutta la filiera della progettazione fino alla distribuzione. Negli anni 50 i designer già lo facevano: uno tra tutti Gino Sarfatti che produceva lampade e seguiva la produzione dal progetto alla vendita attivando un laboratorio e un negozio. Il vantaggio di oggi è che grazie alle nuove tecnolgie, stampa 3D, taglio laser, si può realizzare una produzione senza grandi costi aziendali. Hanno fatto molti eventi specifici sul tema della filiera del design autoprodotto, lo hanno raccontato anche in varie esposizioni. In Triennale, alla Fabbrica del Vapore.

Gli chiediamo come mai proprio a Lambrate, è un quartiere che li rappresenta, ci dice Andrea. Lì c’era la Faema, l’Innocenti, era un quartiere operaio. Lo spazio lo hanno trovato per caso, era decadente ma andava bene così. Mostrava meglio la storia del quartiere. Da quest’anno hanno iniziato a partecipare al Miart promuovendo pezzi di design contemporaneo, provando una strada se vuoi anche più commerciale, inoltre promuovono anche pezzi anni 50 di design italiano che servono a tenere in piedi anche economicamente tutto il meccanismo. Gli chiediamo di spiegarci meglio il funzionamento del rapporto con i designer. In sostanza, ci spiega Andrea, il designer arriva con un oggetto finito in line di massima, poi loro trovano i partner che aiutano a realizzare i prototipi, ad esempio Fablab e molti altri.

Quando Andrea ha comprato casa e negozio a Lambrate non c’era nulla, era un quartiere addormentato, l’operazione dei loft di cui anche Renato ci ha parlato alla mattina, in Via Ventura, ha un po’ rianimato il tutto: le gallerie hanno dato lustro al quartiere, anche se l’arte ha un target tutto suo. Ancora oggi, tranne il Fuorisalone, però Lambrate è vuota durante il resto dell’anno. Milano non è New York, la gentrification qui non avviene, Lambrate ne è la dimostrazione lampante dice. Certo, l'associazione Vivi Lambrate ha cercato di fare moltissimo! Non è che non c’è proprio nulla, le associazioni sono anche molte. Anche loro, quando fanno le iniziative, spesso non hanno gran successo, ma la passione per il quartiere è tanta. Così si va avanti.

Forse servirebbe un grande piano, forse bisognerebbe creare un polo, anche coinvolgendo il mondo della moda. Ma deve essere un progetto alto, di ambizione, non possono farlo le associazioni. Ci diciamo che sarebbe bello aprire un bar un po' eclettico, lì a Lambrate, Andrea dice che non sarebbe per niente male, ci starebbe subito, anzi metterebbe a disposizione la vetrina! Ci lasciamo così, con un’idea di business nel cassetto. Usciamo, verso Rubattino, dove incontriamo Laura Montedoro. Laura è docente del Politecnico e con il Laboratorio di progettazione urbanistica si è occupata del tema delle Caserme in seguito al protocollo di intesa avvenuto tra Comune, Regione e Ministero della Difesa che metteva a disposizione cinque caserme dismesse o in via di dismissione, tra cui la Caserma Mercanti. E’ interessante ascoltarla per noi, perché nei tour serve anche affrontare l’aspetto più urbanistico, più in relazione con la costruzione dalla città.

La Mercanti faceva parte della storia dell’Innocenti e Laura ci spiega che proprio all’interno di questo grande lotto recintato, c’è un enorme capannone analogo a quelli che ci sono oltre la tangenziale e che attendono di essere trasformati. Qui però la centralità è diversa perché in una posizione baricentrica della parte meridionale di Lambrate. Intorno c’era un tessuto industriale e il Martinitt, l’orfanotrofio storico di Miracolo a Milano. Chiediamo a Laura come mai il loro interesse si è spostato su Lambrate e non su altre caserme. Nel 2009 il quartiere stava molto cambiando, stava attraendo vitalità e si stavano trasformando modi di uso: fabbriche che diventavano altro. Un percorso parallelo all’Ansaldo e proprio per questo anche interessante da osservare come processo di bottom-Up, dal basso e senza pianificazione.

Proprio grazie all’investimento di alcuni privati c’è stata una sorta di effetto domino di trasformazione di interi quartieri. Poi, sempre lì, c’è stata l’esperienza del Pru (Piano di riqualficazione urbana) dove, ci spiega, a partire dagli anni 90, si mise alla prova un approccio più liberista all’urbanistica, rispetto alla rigidità di un unico piano per tutta la citta. Lì si cercarono soluzioni puntuali per alcune parti e infatti i PRU furono quattro e inaugurarono la pratica dell’urbanistica negoziata tra pubblico e privato ancora in vigore. Laura e il suo gruppo del Politecnico, hanno iniziato a fare delle esplorazioni sul campo coinvolgendo gli studenti e incontrando le persone e gli attori, facendo esercitazioni interpretative di vario tipo con l’obiettivo di immaginare Lambrate tra 15 anni rispetto però ad una trasformazione coordinata: spazi pubblici, accessibilità, luoghi di condensazione sociale. Inoltre anche la parte dello scalo ferroviario, oggi, è interessante da considerare più di sempre. Sia l’area di Rubattino, che lo scalo, che l’area di Via Ventura sono contrassegnate nel PGT proprio come aree di trasformazione urbana. Con il loro progetto, volevano provocatoriamente addirittura forzare il PGT chiedendo uno strumento ulteriore che definisse una strategia sistemica per queste aree. Il tempo è passato velocemente, nel 2012 si è preso atto che la Caserma Mercanti non sarebbe stata dismessa e così è stata derubricata dalle aree in trasformazione e tolta dai documenti del PGT. Laura conclude con una riflessione interessante: molti di questi progetti di trasformazione urbana su larghe parti di città si sono fondate esclusivamente sulla residenza senza avere un immaginario un po’ più ricco e complesso sul tema dell’abitare dei servizi e delle funzioni possibili. Lambrate poteva e può essere, ci dice, un territorio di sperimentazione interessante. E nella costruzione di un ipotetico e possibile mix funzionale è andata la direzione del loro laboratorio. Avevano addirittura immaginato un campus di architettura, ma ora che dopo Expo c’è l’ipotesi che Città studi si trasferisca sta preoccupando non poco il quartiere. Inoltre anche la Città della Salute potrebbe far svuotare dei pezzi di quartiere se il Besta viene svuotato. Ci spostiamo dal vialetto dove abbiamo fatto l’intervista quasi immersi nel PRU, davanti alla fontana.

Andiamo a vedere i Bunker. Fa molto caldo e comunque sotto il sole cocente non perdiamo l’attenzione. Laura ci mostra che il viale Rubattino, l’ingresso alla città dalla tangenziale, finisce contro un muro: ecco uno dei loro temi progettuali, ossia come cogliere il senso dell’ingresso alla città? Sfruttando la presenza dei coni di cemento che un tempo erano rifugi antiaerei costruiti durante la seconda guerra mondiale. Ci fa fare un esercizio utile di osservazione, ci fa capire com’è costruito quel tratto di città, una sorta di prova pratica del metodo da cui, con il loro laboratorio, sono partiti. Salutiamo Laura e la ringraziamo per il suo racconto così denso di spunti di riflessioni. Non possiamo non pensare a quante occasioni perse per riqualificare al meglio questa città.

Prima di spostarci al circolo Acli, ci fermiamo a Rubattino per l’appuntamento con un gruppo di ballerini. Si allenano sotto i piloni della tangenziale, in uno spazio che sembra dimenticato o comunque non progettato. Vicino ad uno stagno, con una scenografia di cemento, questo gruppo di ragazzi e ragazze inizia la sua coreografia. Costumi di scena, tacchi alti e colori sgargianti. Un mix di suoni, ritmi e voci, solo per noi. Uno spettacolo commovente. Fanno tre tipi di coreografie diverse e poi si avvicinano a noi dopo un nostro grande applauso.

Leslie e altri due suoi amici ci raccontano che il gruppo è nato sei anni fa, nel gruppo c’è una ragazza italiana, loro accolgono chiunque voglia ballare. Fanno solo balli peruviani, quattro o cinque danze diverse. Sono danze antiche che loro rielaborano nel tempo e che portano al pubblico. Un passaggio di tradizione in tradizione. I primi a ballare in zona sono stati due ballerini che abitavano proprio a Rubattino, pian piano il gruppo è diventato davvero numeroso. Un gruppo che è una famiglia, ci sono ragazzi, genitori, ci si conosce e a volte si va anche in vacanza insieme. Sono ormai tanti, da due sono cinquanta. Alex, il ragazzo, ci dice che hanno anche ballato per Expo! Ci racconta che l’unico posto che usano con frequenza,soprattutto quando piove o in inverno, sono gli ampi spazi della metro di Porta Venezia. Lì le comunità di danzatori si incontrano un po’ tutte. Sono circa una decina, le comunità. In proporzione i danzatori. Si allenano ogni sabato e ogni domenica, hanno dai 5 ai 60 anni, e ogni tanto partecipano ad una grossa gara sportiva autorganizzata che avviene nei parchi. Gare di pallavolo, basket, calcio. Filippo chiede loro se può fargli un ritratto di gruppo. La foto la vedrete presto, noi vi assicuriamo essere molto bella.

Riprendiamo la strada verso il circolo delle Acli. Quel circolino che durante la settimana è popolato dagli anziani ma durante il Salone diventa un luogo cult dove andare a bere un bianchino. Così i brizzolati si trovano a giocare a carte con qualche designer olandese che vuole rischiarsela. Ad aspettarci Vincenzo Casati ex presidente del Circolo e Antonella Bruzzese, docente del Politecnico di Milano. Li abbiamo voluti incontrare insieme perchè Antonella da molto tempo collabora con il circolo per attivare una importante ricerca sul quartiere.

Il circolo è nato nel 1948 in quella vecchia Lambrate industriale che vedeva ogni mattina arrivare circa 20.000 persone che andavano a lavorare all’Innocenti. E’ nato come punto di riferimento a livello cittadino delle Acli, tutt’oggi l’intersezione di sistema funziona in maniera attiva, attivano servizi sociali come il patronato o le attività assistenziali come il CAF e poi sono il punto di riferimento degli anziani. La sera però il circolo ringiovanisce: grazie ad un gruppo di ragazzi a cui hanno dato un mandato che ha un nome  preciso ”chiavi in mano”. Per Lambrate in festa, che dura ormai da 10 anni e si fa ogni anno per 4 settimane, si coinvolge tutto il quartiere, le istituzioni, il Consiglio di Municipio e tutte quelle che possono essere le attività di carattere culturale di richiamo. Poi ci sono le iniziative di carattere ricreativo, dai concerti di musica classica, alle iniziative culinarie. Le donne in cucina vanno fortissimo, da 30 anni così tutte le iniziative di questo tipo sono molto partecipate.Vincenzo oggi è anche presidente del Consiglio di Municipio, è stato eletto nell’ultimo mandato. I tesserati sono molti, circa 650 ed è il circolo in assoluto più grande di Milano e provincia e la partecipazione è dovuta anche alla capacità di organizzare corsi di ginnastica dolce, corsi di computer, corsi di ballo, corsi di lingua inglese e corsi di chitarra. Se la politica perde pezzi, noi aumentiamo tesserati! dice Vincenzo sorridendo.

Poi c’è il progetto Isole, fatto con i bimbi dell’ultimo anno della materna, e delle prime classi delle elementari per il doposcuola. Oltre a tutto questo, c’è un discorso di grande valore, dice Vincenzo, ed è la cooperazione di abitanti legata al Consorzio Cooperative Lavoratori, promosso da Acli e Cisl. Insieme all’amico Cesare, che noi di Super abbiamo cercato di coinvolgere, ma era in vacanza con la moglie, nel 1980 hanno avviato una esperienza costituendo una cooperativa edilizia, la Dorica. Le loro famiglie, con altre hanno costruito una casa che è quella dove abitano tutt’ora. Hanno acquisito un terreno vicino alla chiesa e hanno iniziato tutto l’iter. In totale a oggi hanno costruito circa 110 alloggi. Parliamo a lungo con Vincenzo della necessità di ricoinvolgere i giovani. Che però, ci dice, sono disinteressati e tranne quando ci sono le iniziative serali oppure il Salone, non si riesce a prenderli. Quando erano giovani loro avevano passione per la politica e la socialità, ci dice, oggi è così difficile. Basta un cellulare per farli felici.

Lui deve andare, dopo una giornata faticosa e ci lascia ad Antonella che, da tanto tempo, attraverso il suo lavoro, contribuisce a portare un flusso diverso all’interno del circolo Acli, attivando una forma culturale e di restituzione della lettura che fa del territorio. Antonella insegna Urbanistica e urban design al Politecnico di Milano. Hanno sempre fatto laboratori di progettazione con gli studenti e nel 2013 il Polisocial, ha proposto a lei e Anna Moro di collaborare con un’associazione di Lambrate che si chiama Laboratorio di democrazia partecipata. Polisociale è il programma di responsabilità sociale del Politecnico di Milano che ha sviluppato una serie di iniziative per favorire la collaborazione tra università e società civile creando un legame tra chi fa didattica e il mondo reale o chi fa ricerca e il mondo reale. "Didattica sul campo" propone ad alcuni docenti di collaborare con alcune realtà locali, e da qui iniziò tutto. Ad animare la collaorazione Sergio de La Pierre, con un background in sociologia, e che voleva coinvolgere gli studenti per lavorare sulle Acli e sul progetto della Casa delle Associazioni. Anche Antonella aveva avuto varie esperienze di progettazione partecipata, così tutto è stato molto naturale. Il Circolo, poi, li ha fatti innamorare per il posto, per questo aspetto un po’ “vecchia Milano” e anche per l’energia che tutti gli associati ci mettono. Hanno proposto di lavorare su un tema un po’ più ampio, quello dello spazio pubblico e così è nato ASC “attivare spazi comuni” che si è sviluppato in tre anni e che ha coinvolto 50 studenti per classe, del primo anno, sui quartieri. Lambrate/Città Studi/Rubattino. Antonella è convinta che questo sia un laboratorio urbano straordinario rispetto a Milano, proprio per il campionario di temi che offre, per le questioni relative alle trasformazioni in corso e passate. Anche loro, hanno affrontato il territorio con delle camminate di quartiere, facendo interviste, scambiando gli sguardi tra studenti e abitanti.

Sulla base delle informazioni raccolte, sono stati elaborati dei progetti. Un anno hanno fatto una mostra interattiva dove hanno osservato Lambrate durante il Fuori Salone utilizzando le Acli come campo-base, l’anno dopo hanno allestito una mostra che raccontava l’analisi dell’anno precedente con dispositivi che raccoglievano segnalazioni da parte degli spettatori/abitanti. L’anno scorso un confronto attivo con il Consiglio di zona. Lambrate è un quartiere che ormai ad Antonella è entrato nel cuore, e oggi è diventata assessore all’Urbanistica in Consiglio Comunale e ora è passata dall’altra parte. Ossia ad osservare quegli spazi e a cercare proposte da attivare, una sfida davvero importante e che la appassiona.

Parliamo a lungo ancora con Antonella, del quartiere delle trasformazioni avvenute e poi in qualche modo bloccate, del potenziale di raccordo che tutti questi processi di trasformazione potrebbero avere e dell’imminente pericolo che un pezzo di Lambrate si svuoti completamente. Ancora una volta, ascoltando più voci, ci rendiamo conto di quanto sia fondamentale farlo per costruirsi un idea di territorio, di città e di quel che potrebbe essere.