La nuova identità culturale di Chiaravalle, una bolla creativa in un cortile, uno spazio per talenti, e un teatro di ringhera

Abbiamo iniziato i tour di “Super, il festival delle periferie”, il 5 dicembre 2015 partendo da Chiaravalle.
L’ appuntamento è al circolo Arci Pessina di Via San Bernardo alle 11.00 dove ci attendono Andrea Perini e Marta Bertani a rappresentanza di una tra le realtà più coinvolgenti e ambiziose che esistono nel territorio che Super sta esplorando attorno al centro di Milano.
Andrea e Marta ci portano nella sala da ballo del circolo, si siedono sotto una grande conchiglia, nel palco dell’orchestra, noi ci disponiamo a semi cerchio davanti a loro e così inizia un lungo racconto su quello che è il loro progetto.
L’associazione Terzo Paesaggio è un’ associazione neo costituita che eredita il lavoro di gruppo informale di cittadini che si chiama “Borgo Mondo per Chiaravalle Sostenibile” creato da Daniela Rocco di Imondinelmondo e che ha lavorato dal 2008 con piccole azioni di comunità coinvolgendo anche il Circolo stesso o organizzando dei mercatini.
L’associazione nasce, in origine, per offrire dei servizi molto semplici agli abitanti.Andrea Perini, che 6 anni fa si è trasferito a Chiaravalle e, incontrando la dimensione della campagna, se n’è innamorato, una volta costretto a lasciare il suo lavoro per cause di forza maggiore, decide di dedicarsi a pieno a quello che è diventato il suo territorio, il suo progetto principale e il suo sogno più vivido.
Così, insieme a Daniela e poi Marta, ha iniziato a lavorare ad un’idea più strutturata .
Con l’associazione Odemà e il Polidesign (e con l’aiuto prezioso di Anusc Castiglioni) hanno quindi vinto un bando di Fondazione Cariplo con l’obiettivo di dare una piazza temporanea al quartiere che, nonostante i suoi 1100 abitanti, una piazza vera come luogo di ritrovo e simbolo di socialità, non ce l’ha mai avuta.

Hanno così immaginato un vuoto urbano che era in attesa della trasformazione definitiva, percepita dagli abitanti come “una ferita”, e lo hanno convertito, insieme al lavoro instancabile della proprietà per cui ringraziano Matilde, in una piazza temporanea co-progettata e auto-costruita insieme ad alcuni studenti del Politecnico di Milano, guidati da un bravissimo falegname di quartiere.
E’ così che nel 2014 è nata L’anguriera di Chiaravalle: una prima azione di un progetto più ampio che ha l’intenzione di coinvolgere al suo intorno tante realtà e associazioni.

In pratica l’anguriera è stato un dispositivo temporaneo di socialità nato da una esigenza concreta, costruito con assi di legno, ad investimento minimo e con una certa fatica nel trovare coinvolgimento attivo tra gli abitanti. Ci è voluto tempo, ma il chioschetto illuminato che ha animato le estati di Chiaravalle è diventato un simbolo forte di quanto si riesca a fare con voglia, energia e intelligenza

I tanti eventi programmati hanno iniziato a sciogliere le riserve anche dei più reticenti e Marta e Andrea stessi, con l’aiuto di molti abitanti, si sono messi a tagliare pane e formaggio scegliendo scegliere e poi servire prodotti di prossimità e produttori del territorio con l’intento di riqualificare l’identità delle Cascine limitrofe

Pane, salame e vino buono a coronare un programma culturale. Un minimo di ritorno economico dalla vendita dei prodotti, che ha coadiuvato il finanziamento di Cariplo per di più investito sulla corretta costruzione a favor di normative.

Dopo un anno, nel 2015, a partire dall’esperienza fatta, è nata l’ Associazione Terzo Paesaggio che si è dedicata, insieme a Imondidelmondo e con alcuni partner Federgat/I Teatri del Sacro e Art 9, con la collaborazione di Imagonirmia, ad un progetto molto più articolato che ci racconta Marta mostrandoci dei disegni minuziosi e molto belli, fatti da lei.

Il progetto si chiama “Soglia monastero | Cantieri per il giardino planetario” dove il concetto di “soglia” è ciò che li ha ispirati in relazione all’elemento della ferrovia che separa il borgo dalla Abbazia di Chiaravalle e che ha permesso loro, attraverso innumerevoli passeggiate, di conoscere la peculiarità ancora a livello più profondo di quel luogo. Lungo la ferrovia corre la Vettabbia coronata da orti spontanei ora abbandonati.

Una sorta di “timida High Line in potenza”, come la definiscono Andrea e Marta, anche se, ci fanno notare, gli abitanti, la Vettabbia, la chiamano “la fogna”.
Marta ci racconta che la cosa che li ha più colpiti tra le tracce da loro indagate, è che al posto delle rotaie della ferrovia c’era un Chiostro del Bramante a modulo aureo che tipologicamente non era chiuso nei quattro lati ma aperto verso il borgo e posizionato in direzione dell’Abbazia. Nel tempo, con l’abolizione degli organi monastici e il relativo abbandono da parte dei monaci di quel territorio, è stata tracciata la linea da Milano a Genova che ha di fatto abbattuto il chiostro di cui non rimane più traccia.

Immaginando quel luogo come un giardino rigoglioso, vogliono riprendere quell’idea e costruire pian piano un “giardino simbolico” che faccia emergere una memoria storica ma anche un’azione concreta e contemporanea che sia funzionale all’attivazione di spazi aperti nel borgo.

Il pranzo è con loro, al Casottel, un posto antico frequentato da giornalisti, ci troviamo anche Cruciani. Ordiniamo del cibo ottimo e decidiamo che il pranzo, sarà sempre uno dei momenti di Super dove sperimentare e chi sa mai che magari ne esca anche una guida prima o poi.

Marta e Andrea ci seguono, anzi, ci caricano nelle loro macchine e ci portano alla seconda tappa. Come primo tour non è niente male, ci diciamo.

ll secondo appuntamento del tour di Super è in Via Tirso, alla Tipografia Reali dove ci aspetta Marco Nicotra per raccontarci un posto magico all’interno di un cortile, nella periferia a sud est di Milano. Non lontano dalla nuova Fondazione Prada e non lontano dal dormitorio di Viale Ortles.
Entriamo e Marco, che sta preparando lo spazio per un evento del giorno dopo, ci fa accomodare mentre Aldo continua il suo lavoro di tipografo. Una volta sistemati e accese le telecamere, ci racconta che lo spazio nasce come tipografia nel 1912.
E’ stata fondata dal nonno di Aldo che era tipografo a sua volta. L’attività, passata di padre in figlio, ora è di Aldo.

Marco arriva nel 2011 frequentando lo spazio come cliente perché aveva bisogno di stampare le sue cose che iniziavano ad uscire per Bolo Paper, la sua casa editoriale indipendente.

Piano piano hanno iniziato ad instaurare un rapporto professionale più fitto, instaurando tra loro un rapporto di mutuo soccorso. L’attività di Aldo è sempre stata analogica e con l’avvento della stampa digitale c’era bisogno di qualcuno che in qualche modo ammodernasse la professione. Così è iniziato il sodalizio con Marco e lo spazio è stato ristrutturato con l’aggiunta della libreria indipendente che raccoglie le produzioni di Bolo, un’area meeting secondaria per workshop e un’area di co-working dove le persone possono occupare lo spazio e possono seguire la produzione del loro artefatto da vicino.

La cosa interessante e peculiare del processo di stampa che la tipografia Reali offre è infatti la possibilità di usare si una postazione, una scrivania, ma anche i macchinari e la competenza di Aldo che è sempre pronto a dare un consiglio o insegnare un passaggio importante

Il 31 gennaio lo spazio è stato inaugurato ed è quasi un anno che sta rivivendo una nuova vita. Le persone che si sono affiancate sono state tante, ma di fatto sono Marco e Aldo ad esserci quotidianamente, dove Marco porta avanti tutta la comunicazione e Aldo il lavoro manuale. Non è facile fare tutto in due, ci spiega Marco, anche perché si fanno molti momenti di incontro e workshop dove si scambiano saperi dell’editoria indipendente e si apre lo spazio che solitamente durante la settimana è chiuso e non accessibile al pubblico. Questo chiaramente richiede un impegno notevole dal punto di vista organizzativo, che si unisce all’impegno del lavoro quotidiano.

Chiediamo a Marco quanto viene utilizzata la tipografia dagli esterni, e ci spiega che non c’è la coda di chi viene a stampare, ma quello che sicuramente loro riescono a fare è seguire il cliente con attenzione durante tutte le fasi di stampa, per questo ci vuole molto tempo e i pochi che arrivano vengono seguiti con attenzione. Con Aldo e la sua capacità manuale è più semplice avere consigli nell’ottica della qualità ma anche del risparmio e anche questo è un valore aggiunto per chi frequenta la Reali, il consiglio, infatti, spesso è quello di non stampare troppe copie, ma di lavorare sulla qualità per ottenere subito un prodotto buono e non sprecare carta e inchiostri.

Il cortile vede la presenza di altre attività artigianali, una falegnameria e un restauratore di mobili antichi e i tre titolari sono amici quindi c’è uno scambio frequente e quotidiano, un bicchiere di vino bevuto insieme nelle pausa, o una faccia che sorride, sono diventati per Marco una cosa preziosa da ritrovare ogni giorno.

Il cortile è comunque grande e chiuso e trovandosi in un quartiere periferico è diventato una bolla di creatività, complici i vecchi macchinari all’interno della tipografia che colpiscono molto rispetto alle copisterie unicamente digitali.

Marco, che si è formato nel mondo del graphic design,  specifica che è un mondo diverso da quello dell’arte. I fruitori della tipografia infatti sono spesso grafici e il target di età è tra i venti e trent’anni. Ingrediente fondamentale: avere un occhio di riguardo per le immagini e avere voglia di sporcarsi le mani. Certo, poi la casa editrice indipendente sfora nel tema artistico, ma l’interesse principale è quello di lavorare sull’immagine e sulla sua rielaborazione.

Marco è nato a Milano e non ha mai sentito la curiosità di spostarsi, è gioco forza che l’attività sia a Milano, essendo la Tipografia molto vincolata alla geografia del luogo è difficile immaginare di spostarla, ma come editore invece si muove molto, seguendo le fiere di tutta Europa. E’ contento di vivere a Milano, e anche di lavorare in periferia, non cambia molto, poi ha comprato casa a Lorenteggio dove aspetta che arrivi la metropolitana nel 2022.

Terza tappa per il primo tour di “Super, il festival delle periferie”. Pur rimanendo nella stessa zona si cambia dimensione e natura, rispetto alle realtà incontrate prima. Il nuovo Talent Garden (TAG) di Calabiana è una grossa operazione pensata e voluta circa quattro anni fa da Davide Dattoli che a 25 anni ha avuto l’idea di aprire uno spazio dove si potesse lavorare in ambito digitale insieme ad altre persone. Il Tag si trova non molto distante dalla fermata della metropolitana di Corso Lodi e a due passi dalla nuova Fondazione Prada. Una zona che fino a qualche anno fa era battuta da chi cercava casa a prezzi convenienti e che ora sta diventando una delle zone più ambite, e ovviamente assai meno economiche.

Al Tag, semivuoto per il lungo ponte, troviamo ad aspettarci Simona che inizia a raccontarci cosa contiene l’immensa struttura che ci avvolge. La professione digitale, ci dice, ha bisogno di tante competenze che non sono riconducibili ad una sola figura. L’idea di creare uno spazio dedicato a chi lavora in questo settore, dove stare bene e poter lavorare in maniera creativa insieme ad altri può invogliare a produrre e a generare lavoro, sinergie, incontri tra diverse professionalità.
L’idea ha avuto molto succsso e il format, dopo la prima esperienza, è stato replicato da Brescia a Bergamo a Milano Torino Genova Cosenza e Pordenone e in Europa a Barcellona e Tirana.
Oggi è diventata una rete di spazi di coworking anche se – ci dice Simona – è riduttivo chiamarla così.

Cos’ha Talent Garden che non può avere un coworking tradizionale? La volontà di fare crescere le persone fornendo spazi nelle città dedicati ai talenti che possano essere connessi ad una rete di professionisti che oltre a coprire l’Italia, entro il 2019 vorrebbe coprire parte dell’Europa con altri 50 spazi.

Qualcuno tra di noi le chiede:”ma chi viene al talent, cosa trova?”. La risposta è diretta: uno spazio dedicato solo a chi lavora in ambito “digital”, quindi non si troveranno mai architetti o commercialisti.

A decidere chi può entrare al Talent, ci dice, è una community forte e di qualità. Non basta avere un semplice blog per farne parte, sarà la community a valutare e selezionare chi è in grado di rimanere o meno.

Chi arriva al Tag non lo fa solo in un’ottica di risparmio, chi arriva sa che se sarà selezionato, entrerà a fare parte di una grande community. Tag non è un incubatore, quindi, ma cerca di favorire, attraverso lo spazio, eventi e comunicazione per la crescita delle persone che lì vi trovano una sede per la propria start up o per il proprio lavoro da liberi professionisti e freelance.
A caratterizzare il Tag, inoltre, l’occasione di incontrare frequentemente fondi di venture capital, che ovviamente sono potenziali investitori per le start up e le imprese.

Con l’intervento di Calabiana Tag ha triplicato la cubatura di tutti gli altri talent: lo spazio ha una superficie di 8500 mq, che ospita 1000 professionisti, organizza 600 eventi e vede presenti 500 start up.

Mentre chiediamo “come funziona” a Simona, entra lo studente della Tag Innovation School, che ha partecipato al primo master, e ci racconta che la scuola è nata perché in Italia a livello digitale siamo molto indietro, così hanno pensato di aprirne una usufruendo delle professionalità dei professionisti che lavorano all’interno degli spazi del Tag.
Per la scuola ci sono state 300 candidature e sono state selezionate 60 persone per 5 borse di studio. La classe è stata formata da 20 persone che vengono da tutta Italia e da percorsi professionali differenti.

Una classe eterogenea che fa si che il lavoro di squadra e il “consultarsi” aiuti a realizzare lavori e progetti di visione ampia

Simona continua la sua descrizione raccontandoci che oggi a Calabiana ci sono 170 persone che lavorano rappresentate da 25 aziende e un corso di e-commerce con un nuovo master in partenza

Le chiediamo di spiegarci meglio il modello di business. Gli spazi possono essere affittati con 3 tipologie di fruizione: desk spazio open, desk interno/uffici privati e desk flex. Tutti i Tag sono aperti 24/h su 24 e 7 giorni su 7 con un badge per l’accesso.

Tutte le pulizie, le manutenzioni, le funzioni di segreteria, la ricezione pacchi oltre, ovviamente, alle connessioni, sono comprese nel prezzo. In più, tutti i tag hanno uno spazio per realizzare festival, workshop, eventi che può essere affittato anche ad esterni

Questo sistema non è solo fonte di reddito ma tiene anche vivo lo spazio.

Calabiana è il primo esperimento per un campus grande, vi transitano ogni giorno 300 persone.
Prima di trasformarsi lo spazio era una vecchia tipografia che rivendicava di essere stata a stampare la prima copia dei promessi sposi. Poi è stata rilevata da Marina Salomon che all’interno ne aveva creato un fashion camp e aveva dato un layout industrial allo spazio. Poi è stato chiuso e utilizzato come spazio eventi, sfilati e feste infine è arrivato Tag.

Simona ci dice che i coworking sono ancora qualcosa di relativamente nuovo in Italia (in america esistono dal 2005) per questo non è ancora definita una regola ma il Tag si sta costruendo sperimentando man mano.
Nel Campus di Torino ad esempio si è costituita una comunità fortissima hanno costituito dei piccoli comitati e spesso si uniscono per fare progetti insieme. Come ci fossero molti eventi che stanno nascendo in un giardino di talenti messi insieme e si vede quel che cresce.
Simona specifica che rispetto con le altre realtà di co-working a Milano non c’è competizione perché quello che è Talent non esiste da nessuna parte, proprio perché si sono verticalizzati in un settore.
Ci spiega che una relazione tra il Tag e il successo dei progetti non è diretta, a volte succede! come nel caso di via Merano dove è sorta Uber o altre è chiaro che quando c’è il valore nelle realtà che coabitano nello spazio è più facile che questo accada..

L’ultima tappa del primo tour di Super è dedicata al Teatro Ringhiera anzi, alla Compagnia Atir che compie vent’anni quest’anno. Ad attenderci troviamo Nina Bassoli, architetto, e Maria Spazzi, socia lavoratrice di Atir.

Maria ci racconta che la compagina teatrale, circa 10 anni fa, ha preso in gestione il teatro Ringhiera annettendo una branca dell’attività esistente con la produzione di spettacoli. Il luogo fisico è molto più di una sala prove e, dopo 10 anni, il teatro oggi propone corsi e laboratori, ha una stagione sua ospitando e producendo spettacoli. Non si fa scuola di teatro, specifica Maria, ma si fa formazione teatrale a ragazzini adulti e anziani.

Ci racconta della loro scuola di teatro per disabili, un progetto molto grosso, oltre a questo il teatro si è aperto a tante attività non solo teatrali ma culturali in senso più ampio come le mostre di arte contemporanea.

Maria è scenografa e, in un monento della vita in cui faceva molte cose, il teatro Ringhiera, ci dice, ha messo delle radici dentro di lei. Ha iniziato a capire che si potevano fare cose e prendersene cura usando lo spazio con uno sguardo allo spazio stesso così com’è. Dopo il suo racconto ci guiderà alla scoperta dell’edificio che non è solo teatrale ma è uno luogo particolare perché e il teatro è inserito in un complesso comunale progettato con una visione ampia nel 1968. Una serie di uffici tutt’ora funzionanti, compresa la bellissima biblioteca, si dispongono all’interno di un edificio dall’architettura semplice e attenta. Il piazzale davanti è stato costruito nello stesso periodo e purtroppo hanno scoperto che non è mai stato accatastato. Maria la definisce una zona di vero buco istituzionale, ma con un potenziale molto forte unito alle attività della compagnia. Un seme vivo che si ficca in un posto fertile, questo è lo spazio del teatro Ringhiera.

E’stato realizzato in un periodo in cui si pensava che i luoghi potessero indurre a relazioni e se sei vivo, spiega Maria, definendolo un luogo ottimo per le connessioni. Solo che è molto grande, ci dice, ed è abbandonato completamente dalle istituzioni.

Così Maria ha pensato di riprogettarlo tutto, ovviamente è impossibile e titanico date le premesse, così ha coinvolto Nina che è architetto e data la sua formazione e sensibilità è una figura fondamentale per ripensare quel luogo con uno sguardo attento.

La sintesi di ciò che si sono immaginate è troppo grande, ma sono partite dal pensare che l’aggetto esterno, pedonale e chiuso al traffico che è la piazza, potesse essere immaginato come un palcoscenico. Hanno intuito che invece di lavorare su tutto, potevano concentrarsi su quel luogo e da lì hanno iniziato a ragionare.

Nina definisce il luogo scherzosamente il “Barbican de noantri” e ci dice che di tutte le cose ambigue di questa realtà le architetture e il posto sono i più connotati. Forse non è il restauro dell’edificio di cui c’è bisogno perché l’edificio è molto bello di per se. Forse è mal funzionante e mal incastrato. Quando Nina ha iniziato a frequentarlo le prime volte era ancora il circolo per gli anziani, il luogo delle feste, ora è un ufficio, un luogo da workshop. Uno spazio versatile. L’aspetto fisico certo, sarebbe da migliorare ma prima bisogna capire qual è la sua natura e il suo funzionamento.

L’idea di progetto, di partire dallo spazio esterno è quella di prendere un fazzoletto, con un giardino di prefigurazione, fare un intervento in una piccola porzione che diventi l’osservatorio di quel che accade intorno.

Così hanno deciso di lavorare su La Piana, non riprogettandola ma lasciandone le caratteristiche fondamentali che lo definiscono un posto vuoto, astratto e assurdo.

Pensavano all’inizio di prendere, in sostanza, la matita in mano e disegnarne una forma più addomesticata, hanno fatto diversi workshop ma, alla fine, più inserivano delle cose nel progetto, e più decidevano di toglierle. Hanno così capito che la natura vuota e astratta della piazza, de La Piana, è proprio la sua forza.

Hanno costruito l’idea, realizzato un progetto e hanno partecipato al bando che_Fare

Chiediamo a Nina in che cosa consiste il progetto se lo spazio rimane vuoto. Ci spiega che lo spazio vuoto permette la proiezione dei giardini di prefigurazione, delle attività, delle istallazioni temporanee iconiche che possono essere allestite e disallestite tipo mandala.

La natura di queste installazioni, in realtà, prende ispirazione dalla prima di tutte le installazioni nata spontaneamente nel 2010. Ora l’asfalto è stato rifatto da pochi mesi e quindi è liscio. Nel 2010 era pieno di crepe che definivano delle figure astratte. Allora Fabio, un teatrante, guardandole con attenzione ha detto: “questi sembrano dei fiorelloni” così ha preso dei colori e ne ha disegnati due e tre.

Insieme ai ragazzini del quartiere ne ha aggiunti altri, pensando fosse una vera installazione d’arte. Maria ci racconta che però, ad un certo punto Fabio ha avuto un incidente in bicicletta. E’ morto. Il piazzale è stato intitolato a lui.

Nella notte in cui è morto tutti gli amici erano con lui in ospedale, Maria, appena i negozi hanno aperto, ha comprato dei colori, ha chiamato Serena, la direttrice artistica del teatro, e insieme hanno deciso di mettere le tolle di colore in mezzo alla piazza. Le hanno appoggiate a terra con dei penneli e pian piano sono arrivati gli amici di Fabio dall’ospedale e, senza dire una parola, tutti hanno iniziato a disegnare fiori continuando il lavoro di Fabio. Il giorno dopo il piazzale era ricoperto.

Il 2 giugno, è l’anniversario e quella giornata che loro hanno chiamato “la festa della repubblica di Fabio”, è diventata una data molto importante per il Ringhiera e ogni anno in quella data si disegnavano fiori nuovi.

Il progetto, ci spiega sempre Nina, prevede innanzitutto la messa in sicurezza dell’hardware. Dovrebbe farlo l’amministrazione, ci dicono, perché è uno spazio pubblico, ma potrebbe non essere la prima cosa da fare cronologicamente.
Maria spiega che vogliono creare un progetto culturale per attrarre finanziamenti e competenze necessarie per ristrutturare il piazzale in modo illuminato.

Nina ci dice che l’installazione si può fare anche con meno budget di quello che serve per rifare l’hardware del piazzale, ma iniziare a metterci un opera al centro, paradossalmente lo innalza di valore.